18 May 2022

L’ANALISI DI BILANCIO

L’analisi di bilancio, quale attività fondamentale per la comprensione della situazione economico-finanziaria e patrimoniale aziendale consente di valutare non solo il passato dell’impresa ma anche le sue prospettive future, fornendo utili indicazioni sulle scelte che dovranno essere compiute per migliorare le performance aziendali.

Svolgere l’analisi di bilancio significa andare ad esaminare le relazioni fra le voci di bilancio, inerenti alle componenti principali di ogni gestione aziendale per raggiungere determinati obbiettivi conoscitivi.

Fra le principali tipologie di analisi fra cui scegliere in base alle finalità dell’analisi stessa, troviamo: l’analisi strutturale che mira ad analizzare la struttura patrimoniale dell’azienda, l’analisi per indici che si basa sui rapporti tra grandezze dello Stato patrimoniale e del Conto economico e l’analisi per flussi, che mira ad analizzare la variazione delle fonti di finanziamento e degli impieghi durante il corso dell’esercizio.

L’analisi di bilancio è un processo di valutazione dei dati non soltanto descrittivo o meccanico, dove assumono particolare importanza anche informazioni di natura qualitativa e quantitativo non monetaria, utili per fare ulteriori valutazioni o legare con un filo logico i risultati ottenuti attraverso l’applicazione delle varie tecniche. Anche perché queste tecniche vanno ad evidenziare quelli che sono i motivi di una determinata situazione e non le cause che hanno portato a tale situazione. Perciò i dati che risultano dall’applicazione delle varie tecniche di analisi hanno poi bisogno di essere elaborati ed interpretati.

Prima di decidere l’approccio da utilizzare per l’analisi di bilancio, occorre:

  • identificare la fonte dei dati a disposizione e comprenderne la struttura (bilanci pubblicati, in forma abbreviata oppure ordinaria, bilanci contabili dettagliati, situazioni contabili infrannuali, dati di budget, piani aziendali, bilanci consolidati, ecc.);
  • definire i periodi contabili da analizzare e la loro durata (annuale, trimestrale, mensile);
  • definire quali schemi di riclassificazione di stato patrimoniale, conto economico e rendiconto finanziario utilizzare, in base ai dati disponibili e alle proprie esigenze di comprensione, interpretazione e valutazione dei dati.

 

La riclassificazione dello Stato Patrimoniale

Con riguardo alla riclassificazione dello stato patrimoniale, gli schemi più utilizzati sono quello finanziario (o secondo il criterio della liquidità/esigibilità) e quello funzionale (o secondo il criterio della pertinenza gestionale).  La scelta dipende dal dettaglio delle informazioni disponibili: lo schema finanziario può essere agevolmente elaborato avendo a disposizione unicamente un bilancio civilistico ordinario; lo schema funzionale, per essere predisposto correttamente, può richiedere dati di maggior dettaglio in quanto  consiste nell’aggregare le attività e le passività distinguendole in base all’area gestionale alla quale appartengono (operativa o finanziaria) e alla loro attitudine ad essere trasformate in denaro liquido (corrente o non corrente).

 

La riclassificazione del conto economico

Per quanto concerne la riclassificazione del conto economico, gli schemi più utilizzati sono quello a valore aggiunto, quello a costo del venduto (che distingue i costi per aree funzionali – produzione, commerciale, amministrazione – e risponde al bisogno di misurare quanto pesano i costi delle differenti aree rispetto ai costi aziendali complessivi) e quello a margine di contribuzione (che distingue i costi variabili dai costi fissi e consente di determinare, attraverso il margine di contribuzione lordo, il punto di pareggio o break-even point (BEP) e, attraverso il margine di contribuzione netto o margine industriale, la misura di quanto il prodotto, sottratti anche i costi fissi diretti, sia industriali sia commerciali, contribuisce alla copertura dei costi fissi comuni).

Anche per il conto economico la scelta dello schema di riclassificazione dipende dal grado di dettaglio delle informazioni disponibili; mentre lo schema a valore aggiunto può essere agevolmente elaborato partendo da uno schema civilistico, gli schemi a costo del venduto e a margine di contribuzione, richiedono rispettivamente un piano dei conti che rilevi i costi non per natura (come lo schema civilistico) ma per funzione (ad esempio, suddividendo i costi del personale tra produttivi, commerciali e amministrativi) e un adeguato sistema di contabilità industriale.

 

La riclassificazione del rendiconto finanziario

Dal 2016 il rendiconto finanziario è diventato un documento di bilancio per le società che redigono il bilancio in forma ordinaria.

Il rendiconto finanziario è l’analisi dei flussi di cassa che il principio contabile OIC n. 10 articola nelle tre categorie: attività operativa, attività di investimento e attività di finanziamento.

La variazione netta, in termini di incremento o decremento, delle disponibilità liquide, avvenuta nel corso dell’esercizio, altro non è che la somma algebrica dei flussi finanziari di ciascuna categoria. Il percorso per giungere a tale risultato (variazione netta dell’esercizio) può seguire due strade alternative, cui corrispondono due distinti metodi di costruzione del rendiconto finanziario:

  • metodo diretto, che evidenzia i flussi finanziari della gestione reddituale;
  • metodo indiretto, in cui il flusso generato dalla gestione reddituale è determinato rettificando l’utile, o la perdita, d’esercizio risultante dal conto economico.

I 2 schemi di redazione del rendiconto finanziario conducono al medesimo risultato, ma si differenziano nella costruzione dei flussi di cassa relativi alla gestione reddituale (parte A). Nel metodo indiretto, infatti, il punto di partenza è il risultato di esercizio, da cui si viaggia a ritroso fino a determinare il flusso di cassa della gestione operativa. In quello diretto, invece, si parte da zero e, poi, si avanza progressivamente, considerando in via “diretta” tutte le entrate e le uscite della gestione operativa, in modo da pervenire al medesimo risultato.

 

Analisi per margini e per indici

Effettuate le riclassificazioni degli stati patrimoniali e dei conti economici, si può procedere alle analisi per margini e per indici. L’analisi per margini consiste nell’effettuare delle differenze tra due quantità di stato patrimoniale o di conto economico, per valutarne l’entità in termini assoluti e di segno (positivo o negativo).

Tra i principali margini di stato patrimoniale si citano, tra quelli di liquidità e solvibilità, il margine di disponibilità (attivo circolante – passività correnti) e il margine di tesoreria ((attivo circolante – scorte) – passività correnti)) e, tra quelli di solidità, il margine primario di struttura (capitale netto – attivo immobilizzato) e il margine secondario di struttura ((capitale netto + passività consolidate) – attivo immobilizzato). Si tratta di margini che sono calcolati partendo dai dati dello stato patrimoniale riclassificato secondo il criterio finanziario.

Lo stato patrimoniale funzionale presenta già di per sé altri margini, ossia il capitale circolante netto e il capitale immobilizzato netto che costituiscono gli impieghi e la posizione finanziaria netta che – salvo i casi in cui questa ha saldo dare (in tal caso, nelle convenzioni più diffuse ha segno negativo) – costituisce insieme al capitale proprio le fonti. I principali margini di conto economico sono, invece, il già citato margine operativo lordo e il margine operativo netto (EBIT, ossia l’utile prima delle imposte e della gestione finanziaria), che sono calcolati normalmente in tutte le riclassificazioni di conto economico, poi vi sono il valore aggiunto, il margine lordo industriale (fatturato al netto del costo del venduto) e il margine (o i margini) di contribuzione, a seconda della riclassificazione adottata.

L’analisi per indici trasforma, invece, i dati (riclassificati) di un bilancio in rapporti (detti anche quozienti o ratios) e ha il vantaggio, rispetto a quella per margini, di sintetizzare le informazioni e di consentire un più agevole confronto tra dati intertemporali, tra aziende (ad esempio, per confrontare il proprio andamento con quello dei concorrenti) o con valori standard di settore.

Se si vuole dare un giudizio complessivo su un’azienda non ci si può mai limitare ad un’interpretazione qualitativa dei risultati raggiunti o non raggiunti, dato che questi possono essere legati a determinati fattori interni ed esterni all’azienda (come il contesto in cui essa opera o le strategie perseguite, etc.).

L’analisi di bilancio si dimostra uno strumento efficace se i risultati ottenuti sono correttamente contestualizzati, con riferimento al settore e al comparto di appartenenza e se viene applicata su più bilanci relativi ad esercizi consecutivi, poiché l’obiettivo è valutare il perseguimento dell’economicità, la quale assume pieno significato nel medio-lungo periodo.

Analizzare un solo bilancio è sbagliato in quanto è troppo limitante e offre risultati sterili: infatti, un singolo periodo potrebbe presentare un risultato particolarmente favorevole (o sfavorevole) per circostanze difficilmente ripetibili e gli indicatori calcolati sui valori ad esso relativi potrebbero indurre attese ingannevoli sui risultati futuri dell’azienda.

Soltanto intervalli di analisi relativamente ampi (tre o quattro anni) permettono di esprimere valutazioni esaustive, conferendo alle informazioni il necessario carattere dinamico.

Un’analisi di bilancio “completa” non dovrebbe prescindere poi dai modelli di scoring, ossia quei modelli di previsione delle insolvenze basati su metodologie di carattere statistico-quantitativo che derivano dall’evoluzione del famoso Z-Score di Altman e dal calcolo degli indici dell’allerta di cui al documento del CNDCEC del 20 ottobre 2019, elaborati in previsione dell’entrata in vigore – ora posticipata dalla normativa emergenziale Covid-19 – del Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza, la cui elaborazione è piuttosto agevole, bastando i dati desumibili da un bilancio civilistico ordinario.

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